Domenica, 22 10 2017
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Around CB

Questa sezione si pone come antologia di, su, attorno a Carmelo Bene: in modo che ci aiuti a ricordare e non dimenticare una, dieci, centomila pagine straodinarie di Cultura italiana del XX secolo, stimolata dall'opera e dal genio di Carmelo Bene.

CB al Salone del Libro di Torino

Anche quest'anno ‪‎CarmeloBene‬ è presente al Salone Internazionale del Libro di Torino con il volume "Carmelo Bene: Cos'è il teatro?! La lezione di un genio" a cura di Rino Maenza nello stand S52 di Marsilio Editori.
Se andate al Salone non lasciatevelo scappare!

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CB su youtube sul canale Medianova Channel

Medianova offre ai fan di Carmelo Bene diverse citazioni dalle opere del suo archivio audio-visivo.

1- Carmelo Bene in: Majakovskij – “Là dove echeggia nelle lunghe sale”

            https://youtu.be/kVTfHcZVi8Q

2- Carmelo Bene: “Cos’è il teatro?!” – Introduzione alla prima lezione

            https://youtu.be/LY7jnzj8Gu4

3- Carmelo Bene: "Cos’è il teatro?!" - estratti

            https://youtu.be/yHqTonbF8d8

4- Dalla e Carmelo – estratto dalla conferenza all’Arena del Sole

            https://youtu.be/53yaXaUEpBQ

5- Carmelo Bene chiama Benigni – Lectura Dantis

            https://youtu.be/y7Exlch69ro

Lectura Dantis - Tanto Gentile 31/07/81

 In occasione del tredicesimo anniversario della scomparsa di Carmelo Bene, per tutti i suoi fan ed amici, dalla Lectura Dantis, insuperata e insuperabile, di Bologna del 31 luglio 1981, una chicca sublime...

Intervista su Agon Channel

Per chi se la fosse persa, ecco l'intervista a Rino Maenza riguardo a Carmelo Bene, andata in onda la mattina del 17 marzo su Agon Channel, durante il programma I Primi.

Intervista su TeleRadioPiù

Nel player sottostante trovate la registrazione dell'intervista a Rino Maenza andata in onda alle 12.30 del 18 marzo su TeleRadioPiù, all'interno del programma "Roma, ore 10" condotto da Francesco Vergovic.

Buon ascolto!

 

Morte di un intellettuale che era anche un organizzatore teatrale

Riportiamo da L'Asino Vola un bell'articolo di Gigi Livio in memoria di Edoardo Fadini

 

L’organizzazione teatrale è qualcosa di molto delicato che influisce sul valore delle “produzioni” teatrali o, meglio, come scrive Gramsci “l’organizzazione pratica del teatro è nel suo insieme un mezzo di espressione artistica”.
Edoardo Fadini, morto nel dicembre del 2013, è stato un organizzatore di particolare valore. Le righe che seguono intendono mettere in luce il nucleo profondo di questo valore.

di Gigi Livio

In dicembre è morto Edoardo Fadini. Il suo nome probabilmente dice poco o nulla ai giovani e giovanissimi mentre è ben noto a chi si è occupato di teatro, e di un certo tipo di teatro, e di cultura a Torino, e non solo, a partire dalla fine degli anni cinquanta e fino agli ottanta.
Il suo profilo di intellettuale è affidato al suo lavoro di critico e teorico che svolse per un periodo sulla rivista “Rinascita”, su “Teatro”, un altro periodico da lui fondato, e in diverse altre pubblicazioni. Attento all’avanguardia, che conobbe in quegli anni i suoi fasti, portò questa sua attenzione nell’organizzazione teatrale ed è nel ruolo di organizzatore che svolse la sua attività primaria.

Sull’organizzazione teatrale il giovane Gramsci, quando scriveva le sue cronache teatrali per l’edizione torinese dell’“Avanti!”, imposta il problema in modo netto e chiaro. Ecco, da un articolo del 1919:

“Il teatro, come organizzazione pratica di uomini e di strumenti di lavoro, non è sfuggito alle spire del maelström capitalistico. Ma l’organizzazione pratica del teatro è nel suo insieme un mezzo di espressione artistica: non si può turbarla senza turbare e rovinare il processo espressivo, senza sterilire l’organo ‘linguistico’ della rappresentazione teatrale”.

Nelle righe che seguono questa affermazione troviamo l’articolazione dei motivi che la fondano e la spiegano come sempre fa Gramsci, che tende alla massima chiarezza del suo dire senza mai dimenticare la destinazione socio-politica dei suoi scritti. Chiarisce che la compagnia teatrale, “come complesso di lavoro retto dai rapporti che intercedevano nell’arte medioevale tra il maestro e i discepoli, si è dissolta” e che “ai vincoli disciplinari generati spontaneamente dal lavoro in comune […] sono successi i ‘vincoli’ che legano l’intraprenditore ai salariati, i vincoli della forca e dell’impiccato”.
“Le leggi della concorrenza” hanno ulteriormente peggiorato la situazione e l’attore è ora in concorrenza con gli altri attori e con il capocomico divenuto “mediatore”.

“Primeggiare nel guadagno va di pari passo col primeggiare nella compagnia, nelle funzioni direttive e autoritarie, nella libertà di scegliere per sé le parti a successo e spiccare, monumento funerario, in un cimitero di fosse comuni”. Di qui la “depravazione del gusto”, la “decadenza dei costumi” e la “dissoluzione artistica”. Il risultato di tutto ciò è che la “tecnica teatrale ne è stata scombussolata, la produzione si è adattata ‘facilmente’ alle condizioni nuove; facilmente, nel senso che l’equilibrio è stato raggiunto in un piano infimo, di compagnie, di pubblico, di scrittori di teatro”.

Fadini conosceva bene questa pagina oltretutto profetica: lo so positivamente per averne parlato con lui quando, giovanissimo, ho scoperto questo scritto di cui sono sempre stato e continuo a essere, ora che non sono più né giovanissimo né giovane, entusiasta. Fadini, dunque, fece l’organizzatore, perché a quel mestiere era portato dalle sue aspirazioni, da intellettuale cosciente che l’organizzazione teatrale “è nel suo insieme un mezzo di espressione artistica” e si inserì nel mercato del teatro, perché comunque sempre si tratta del mercato, in modo critico e cioè consapevole e cosciente, consapevole di ciò che volesse dire fare quel mestiere e cosciente di ciò che la sua ideologia critica lo spingeva a fare.

Ho qui sott’occhio una pagina di un quotidiano torinese del 1966 che rende conto del programma dell’Unione culturale di cui quell’anno Fadini era segretario. Tra gli eventi previsti e poi realizzati c’è la venuta di Carmelo Bene col suo Pinocchio “eccezionalmente all’Alfieri” mentre nella sala della stessa Unione culturale sono programmate quattro rappresentazioni del Living, una del Teatro studio di Genova (Sudano, De Berardinis, Quartucci) con Fin de partie di Beckett, una proiezione di un film sperimentale di Barucchello, concerti con musiche di Nono, Berio e altri e “un ciclo sulla nuova letteratura, curato da Edoardo Sanguineti, che vedrà l’intervento dei più agguerriti esponenti dell’avanguardia italiana”. Ancora un ciclo, dal titolo “Letteratura e società” che metterà a confronto uno studioso italiano e uno studioso straniero tra cui Roland Barthes, Goldmann e Escarpit.

Ho elencato pressoché interamente il programma di quell’anno per mostrare quale fosse l’indirizzo organizzativo di Fadini a chiarire ciò che intendevo dire col fatto che egli sia stato un organizzatore consapevole e cosciente. Come si vede dal programma riportato quell’anno, a Torino, vennero tutti gli esponenti più prestigiosi dell’avanguardia e una città normalmente un po’ ottusa sul piano culturale ebbe la possibilità di conoscere le punte più avanzate della cultura e dell’arte, soprattutto di quella teatrale.

L’attività di Fadini, lasciata l’Unione culturale, proseguì in vari modi fino a giungere a fondare, sempre a Torino, il Cabaret Voltaire. E qui l’organizzatore continuò il suo lavoro per molti anni sempre promuovendo spettacoli d’avanguardia e permettendo ai torinesi che intendevano conoscere quel teatro di averlo a portata di mano e non doversi sottoporre a pesanti trasferte, quasi sempre a Roma, per vedere gli spettacoli che loro interessavano.

Ma l’avvento dell’epoca postmoderna trovò impreparato Fadini come molti di noi; con una differenza: noi che scriviamo e insegniamo all’università non abbiamo bisogno di soldi per portare avanti la nostra battaglia, un organizzatore di teatro e cultura invece ne ha bisogno di molti. Gli enti finanziatori che avevano sostenuto un tempo Fadini ora erano diventati più avari e non solo per la crisi economica che stava avanzando ma perché gli interessi erano ormai di altro tipo, legati a una spettacolarità superficiale e che potesse avere un immediato successo che è cosa ben altra, anzi addirittura opposta, al risveglio dello spirito critico che aveva informato l’arte e la cultura dell’avanguardia e del suo organizzatore. Ora Fadini è morto, ma il suo mondo era morto da un pezzo.
Non resta che rimpiangere l’uno e l’altro: infatti la nostalgia quando è legata a un desiderio di recuperare il meglio della tradizione, buttandone alle ortiche gli inutili orpelli, è sana e vitale perché prefigura un futuro diverso.

Addio, Edoardo.

© L’asino vola / febbraio 2014

A colloquio con Carmelo Bene

Riceviamo da Gigi Livio de L'Asino Vola e volentieri rioubblichiamo questo estratto da un'intervista a Carmelo Bene del 1975.

 

D. Ruggero Bianchi e Gigi Livio
R. Carmelo Bene

R. […]La Puglia era una terra poverissima. Infatti ha dato un santo: era San Giuseppe da Copertino, che volava. Cioè era gente che non sapendo camminare volava. Guardate il barocco leccese: tutto così arbitrario, così davvero anarchico, così folle. Ed era fatto da artigiani: non c’è una firma. In miniatura sarebbero gli stessi artigiani della pasta di mandorle. Allora, se il popolo ha perso il fatto etnico, completamente, perché gli hanno trapiantato i televisori, le cose… E questa era l’invocazione che Pier Paolo [Pasolini] spesso faceva per i popoli dell’Africa, quando fece quell’appello all’UNESCO, un po’ patetico da un lato, molto bello dall’altro… Aveva fatto un documentario in Africa, molto dibattuto e discusso. Piantavano i distributori di benzina, togliendo anche dei templi, delle cose che erano rimaste… e in compenso davano scarpe da tennis alle persone del luogo, le quali erano abituatissime da secoli a stare scalze e infatti non si capisce nemmeno perché… Allora lui cominciò: “In nome dei secoli oscuri…” Parlava addirittura con questo linguaggio. Patetico però anche giusto…

Nel Sud che cosa è successo? Che accendono i televisori… E hanno smarrito completamente, dall’avvento della televisione in poi… Voi non potrete mai capire… Perché lì… quella è una terra a parte. Era veramente isolata dal mondo… perché aveva un fatto etnico. È importante no? C’era un popolo. Ora in due anni, due anni… perché io andavo e venivo nei primi tempi, quando avevo diciotto anni, diciassette… tra i diciassette e i venti anni, c’era il televisore… In due anni si sono stravolti i cervelli… Non è stata una cosa graduale: due anni sono bastati. E in quei due anni cosa è successo? Che la Puglia ha imitato la Calabria: tutti a Torino, tutti a Milano, tutti a fare i servi… Veramente, ci vuole un orgoglio pazzesco, smisurato… gente che pur di non lavorare, pur di non macchiarsi di una goccia di sudore, moriva di fame… È ingiusto non rimpiangere un popolo così…

D. Questo c’è anche in S.A.D.E.

R. S.A.D.E. è un discorso stirneriano puro. Lì è ironizzata la situazione, è diverso… S.A.D.E. è tutta una trappola, bisogna stare attenti. Non ne parliamo adesso… Perciò dicevo etnico: quando distruggi un popolo, quando perdi ogni stima per la miseria, per la povertà… Trovo che il maggior insulto che si possa fare a un povero è quello di fargli l’elemosina.

D. Mentre in Nostra Signora recuperavi…

R. Io tiravo avanti… Vivevo. Mi ballavo la mia danza funebre, macabra… una danza del Sud, perché io sono nato nel Sud.

D. …la Puglia preconsumistica, diciamo…

R. Sì. Bisogna anche fare i conti col mare, con le stelle, ma non in senso arcadico, in senso etnico… Si viaggia con la fame. La mia poteva essere una fame intellettuale o una sete intellettuale. Perché uno esce anche dalla Puglia, ma non ci può uscire fuori. Pasternak diceva: bisogna capire in che modo contribuisce l’aria, la terra, il sole eccetera, perché l’uomo risulti com’è qui. Mi pare parlasse della Georgia…

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